Appunti dell’intervento sull’argomento rifiuti trattato nel Consiglio Comunale aperto del 17 marzo tenutosi alla Sesta Porta, Pisa. Elisabetta Zuccaro

Posted on 18 Mar 2016 · Posted in Ambiente, consiglio comunale

1 modalità di conferimento e liquidazione del socio privato Geofor

Una prima considerazione deve essere fatta sull’urgenza, l’istruttoria carente, l’estromissione del Consiglio comunale dalla valutazione delle modalità di liquidazione dei soci privati della partecipata Geofor che ha portato il Consiglio Comunale del 17 dicembre 2015 a deliberare sul conferimento in Retiambiente della partecipazione azionaria del Comune di Pisa in Geofor.

La fretta e la forzatura delle regole, dopo 4 anni di assenza del dibattito, è indice di un metodo che ha voluto, consapevolmente, sottrarre al controllo pubblico una scelta politica di interesse rilevante, creando una commistione pericolosa tra una parte politica che gestisce i percorsi (si noti bene che la quasi totalità dei comuni che partecipa al percorso appartiene alla stessa area politica) e il socio privato che persegue profitti in regime di monopolio, remunerati attraverso i tributi.

Nell’accoglimento da parte del Presidente del Consiglio della richiesta da parte del Sindaco di iscrizione d’urgenza all’ordine del giorno del Consiglio Comunale del 17 dicembre, senza passaggi istruttori e senza documentazione illustrativa, viene addotta come motivazione la richiesta dell’assemblea dei Sindaci di assumere inderogabilmente la deliberazione entro il 21/12pv

Invece, dopo aver controllato tutti i verbali di assemblea possiamo dire che non esiste un mandato assembleare dei Sindaci dell’ ATO COSTA che riporti questa data perentoria.

Esiste invece un verbale del cda di Geofor dell’11/12/2015 (quindi una dimensione provinciale molto più ristretta di quella dell’ATO che insiste su quattro province) in cui si fa riferimento a un incontro informale con i soci pubblici in cui emerge la conferma del percorso che deve condurre al conferimento delle partecipazioni in Geofor s.p.a. in Retiambiente s.p.a.:significa che in tale circostanza è stato ribadita la richiesta da parte dei soci pubblici che la società acquisti le azioni attualmente possedute dai soci privati. Quindi le modalità e l’entità di liquidazione del socio privato di Geofor erano già note l’11 dicembre ma non vengono rese note al Consiglio comunale che delibera il 17 dicembre.

Questo è un atto gravissimo di prevaricazione del CC. Vorremmo sapere quali sono i soci che decidono informalmente, senza verbalizzare e con quali diritti, in quali sedi.

La forma è sostanza e l’Ato ha indotto una urgenza forzata che ha scavalcato le regole dei Consigli Comunali conferenti estromettendoli dalla valutazione delle modalità di liquidazione dei soci privati della partecipata Geofor,.

Inoltre, nello stesso verbale del cda di Geofor dell’11 dicembre L’amministratore delegato comunica che da parte dell’ATO Toscana Costa è stata richiesta la puntualizzazione da trasmettere a BDO, che ha curato la perizia valutativa della società, che il consiglio di amministrazione, considerata la richiesta avanzata dai soci pubblici della società, ha convocato l’assemblea dei soci, ai sensi dell’art. 2357 c.c., con all’ordine del giorno l’acquisto di n. 2.080.000 azioni di categoria B attualmente possedute dai soci privati della società al prezzo complessivo di € 5.620.000,00, di tal ché il patrimonio netto della società sarebbe ridotto del corrispondente importo. E’ evidente che sono già noti i dettagli dell’operazione ma ci si preoccupa di informare solo la società BDO che ha fatto la perizia e non il Consiglio Comunale che deve approvare il conferimento 17 dicembre.

Si osserva, inoltre, che nella delibera del 17 dicembre il Consiglio Comunale dà mandato di procedere al conferimento di Geofor in RetiAmbiente per un valore economico di 4,3 milioni di euro. Il valore effettivamente conferito, invece, risulta però di 2,6 milioni.

Infine, la delibera autorizza il Sindaco, i dirigenti e ogni altro organo competente dell’Amministrazione Comunale a esercitare la facoltà di apportare a quanto deliberato le eventuali modifiche non sostanziali che si rendessero eventualmente necessarie.

A noi sembra che un patrimonio netto della società Geofor, ridimensionato con la liquidazione del socio privato del 40%, dopo che la società si è privata completamente della liquidità aziendale a fronte di un mutuo da 12 milioni acceso per portare a termine l’impianto di compostaggio di Pontedera, di debiti accertati verso il gestore per l’energia di 3,5 ml per contributi Cip 6 da restituire, perdite di gestione sull’inceneritore di 3ml annui, cambi sostanzialmente le condizioni di conferimento, il peso oggettivo del conferimento e il potere contrattuale con cui Geofor e il comune di Pisa entra in Retiambiente, sia nei confronti degli altri soci pubblici sia, soprattutto del socio privato, che in cambio di un ridotto conferimento di liquidità fresca si potrà accaparrare un servizio da 6 miliardi in regime di monopolio garantito in tariffa per 20 anni, sul quale avrà il controllo della governance aziendale e della linea industriale.

Ma vediamo, in fin dei conti, chi ha aderito effettivamente a questa operazione che doveva essere così urgente e inderogabile:

4 aziende su 7 per un totale del 54,3% (14,14ml su potenziali 26,11)

E’ stata un’operazione a metà, ma fortemente voluta da Pisa e dall’area pisana che insiste su Geofor, e a cui si sono uniti ESA (Elba) ERSU (Pietrasanta) e Ascit (Capannori).

Livorno (AAMPS), Lucca, (ASMIU) Massa, (AMIA) Carrara non hanno conferito.

2 Il Piano straordinario Ato Costa e il modello che sottende

Il Piano ha un impatto su una collettività di circa 1.289.697 cittadini per una quantità stimata di 800.000 t/anno di rifiuti prodotti; il costo totale del servizio è pari a 273.601.607 euro/anno.

Il Piano è nato come strumento di pianificazione di carattere “transitorio” ma, come tutte le cose provvisorie in Italia, è diventato definitivo con l’avallo della Regione Toscana, senza, tuttavia, presentare le caratteristiche tecniche idonee alla pianificazione puntuale del servizio sui territori.

Il piano dell’Ato Costa, in linea con il Piano Regionale Toscano dei rifiuti, ha per obiettivi il raggiungimento del 60% di riciclo effettivo, prevedendo di raggiungere nel 2020 la percentuale del 70% di raccolta differenziata, di smaltire in discarica solo il 10% e di avviare a termovalorizzazione il 20%. Il 20% di 800 mila tonnellate è 160 mila t/a: questa è la quantità annua di rifiuti indifferenziati da avviare a termovalorizzazione. La capienza autorizzata dei due soli termovalorizzatori rimasti nell’Ato è 70 mila tonnellate circa dell’impianto del Picchianti di Livorno e 65 mila tonnellate circa dell’impianto di Ospedaletto: in totale 135 mila tonnellate. Quindi mancano 25 mila tonnellate circa alla copertura della quantità annua di termovalorizzazione prefissata. Nel 2013 nell’Ato siamo invece al 45% circa di RD, al 18% di recupero energetico e al 37% circa di smaltimento in discarica. Per questo era prevista inizialmente la realizzazione di una terza linea del Picchianti e il revamping consolidativo di Ospedaletto per soddisfare la potenzialità della termovalorizzazione, in linea con i massimali previsti dal Piano Regionale (210 mila tonnellate).

Nel Piano straordinario il riferimento alle prospettive dell’impianto di Livorno è ambiguo ma è previsto come impianto a regime.Si ritiene che la gestione dell’impianto competa al gestore unico. Il Gestore unico realizzerà gli adeguamenti, conversioni e ristrutturazioni necessarie all’esercizio dell’impianto per la durata dell’affidamento”(p 82).

Una prima domanda che sorge spontanea è perché si pensa che gli impianti esistenti non siano sufficienti se ci si aspetta che i rifiuti diminuiscano (p.12) del 30% oltre che i dati della produzione possano essere sovrastimati(p. 29)? (p.12 Piano straordinario:I comuni che al 2012 avevano attivato completamente servizi di raccolta differenziata domiciliare mostrano, sul periodo 2004 – 2012, una riduzione della produzione procapite mediamente di poco superiore al 30%)

Ma la cosa che sorprende di più è che in relazione all’impiantistica di recupero energetico è necessaria una dettagliata verifica tecnico-economica. Tale verifica deve essere condotta a valle dell’individuazione del socio operativo, che presentera una propria offerta per il servizio di recupero energetico. Entro il 2018 è prevista la conclusione delle verifiche tecnico-economiche relative alla potenzialità di recupero energetico. Sulla base delle risultanze di tali verifiche si procederà alla revisione ed aggiornamento del presente Piano Straordinario(p. 29)

E’ possibile che le stime e le analisi sullo stato degli impianti siano fatte a valle delle procedure di gara? E’ come mettere su un’impresa senza fare il piano industriale. Si tratta di verifiche importanti che condizionano gli invesimenti che dovrà fare il socio privato e quindi andrebbero fatte prima della gara in quanto potrebbero avere una influenza significativa sull’esito della gara stessa.

In particolare, il Piano spiega le verifiche che saranno condotte a valle della gara da parte di ATO e del gestore, sulla base di:

– valutazione degli effettivi fabbisogni di recupero energetico da rifiuto residuo, all’esito

dell’attivazione delle raccolte differenziate e sulla base delle effettive produzioni di rifiuto (l’ipotesi di base del PRB, assunta dal presente Piano, potrebbe sovrastimare l’effettiva produzione di rifiuti e non considerare l’ulteriore riduzione dei rifiuti conferiti al servizio di gestione dei rifiuti urbani per effetto di sistemi di raccolta domiciliare e, in particolare, di sistemi Payt);

– ricognizione, con idonee prove e studi tecnici, dello stato degli impianti di Pisa e Livorno, con particolare riferimento all’attesa vita residua e ai fabbisogni di manutenzione straordinaria;

– elaborazione di una progettazione tecnico-economica preliminare della ristrutturazione dell’impianto di Ospedaletto (Pisa), con una aggiornata analisi dei costi di investimento e di gestione dell’impianto (essendo la progettazione disponibile basata sullo stato dell’impianto di alcuni anni fa e su un contesto normativo e di incentivazione delle fonti rinnovabili non piu attuale);

– eventuale valutazione tecnico-economica di una alternativa basata sulla realizzazione di nuovo impianto, anche in altro sito, entro i limiti massimi di capacita di recupero energetico stabiliti dal PRB;

valutazione tecnico-economica dell’alternativa basata sul ricorso ad impianti di mercato per una quota di recupero energetico, anche ad esito dell’offerta relativa al servizio di recupero energetico da parte del socio operativo individuato con gara”

Tutti questi ragionamenti fanno i conti senza l’oste e tutto il piano si regge in via provvisoria almeno fino al 2019 sul solo impianto di termovalorizzazione di Livorno. Questa è una strategia che non tiene conto delle istanze di un comune, Livorno, che rappresenta la città più popolosa e che ha un peso specifico dell’11% all’interno dell’ATO, con il proposito di commissariarne gli impianti e i servizi.

Un altro aspetto cruciale del modello proposto dal piano è il dimensionamento del gestore, prevedendo un gestore unico per l’intero territorio su cui insiste l’ATO, che segue direttamente dall’Art. 42 L.R.T. 69/2011. L’affidamento ad un gestore unico è un principio che contraddice le linee guida del ministero (LINEE GUIDA PER GLI AFFIDAMENTI DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI DI RILEVANZA ECONOMICA, Aprile 2013, Convenzione tra Dipartimento Affari Regionali e Invitalia del 20 ottobre 2010) in cui si evidenzia che “a seguito della conversione in legge del D.L. 179/2012, si è chiarito che il legame tra fra ATO e lotti di affidamento non è cogente[…]. Lo spostamento di enfasi dal territorio all’ente competente sul territorio appare significativo della volontà del legislatore di rendere maggiormente flessibile il rapporto fra ATO e lotti di affidamento.

a)per un verso essa sarebbe potenzialmente in antitesi con la finalità concorrenziale della stessa norma, posto che questa prevede in linea di principio bacini alquanto estesi21. Al contrario, allentare una tale corrispondenza può favorire forme di “concorrenza comparativa”22 tra i diversi gestori operanti, seppure in forza di diritti esclusivi (anche se in house), in diverse aree territoriali all’interno di unostesso Ambito Territoriale Ottimale;

b) per altro verso, l’enfasi posta dall’art. 3-bis sulle economie di scala e di differenziazione – dunque, sui costi di produzione – come driver di delimitazione degli ambiti ottimali non implica necessariamente l’unicità dell’impresa affidataria, ma potrebbe anche realizzarsi mediante consorzi o associazioni fra imprese farebbero venir meno buona parte delle economie di scala.

Insomma, la scelta delle dimensioni degli affidamenti non è stata sottoposta a verifica di economicità e di impatto concorrenziale contro ogni logica. Purtroppo, la  Regione Toscana ha scelto, con la lr 69/2011 di non fare tale valutazione ma questa è una scelta politica di modello che va nella direzione di creare a priori soggetti industriali di grandi dimensioni operanti su ambiti molto ampi senza un lavoro di ricerca a monte che dimostri la bontà del modello nell’interesse di cittadini e lavoratori.

Ma è possibile che su una gara da 6 miliardi, il cui percorso si è trascinato per 5 anni non si sia pensato a sviluppare un business plan accurato che tenesse conto del mercato, dell’utenza, delle criticità, del dimensionamento dei lotti di affidamento ottimali, della concorrenza?

In questo modello rimangono, quindi, forti perplessità

  1. sulla opportunità di un unico lotto di affidamento su tutto l’ATO;

  2. sulla volontà di gestire il ciclo integrato dei rifiuti su base d’Ambito alla stregua di un monopolio naturale con una forma aziendale mista pubblico-privato.

  3. sulla superficialità delle stime e dei dati forniti;

  4. sulla conseguente superficialità del piano di investimenti relativi agli inceneritori

  5. sul mancato superamento del conflitto di interesse insito nel dettato del d.Leg 152/2006 che non prevede la separazione della raccolta e spazzamento rispetto allo smaltimento.

  6. su una visione parziale che prescinde da forme di raccordo con altri assi portanti di intervento pubblico nel settore dei rifiuti, tra cui il concetto di prevenzione-riduzione, salvo contemplarle come eventualità esogena che può contribuire alla riduzione dei fabbisogni di smaltimento, così come le attivita di recupero e riciclo (considerate “attività di mercato non riconducibili all’affidamento al gestore unico,[e quindi al di fuori della possibilità di stabilire specifici obblighi di realizzazione” p. 72)

  7. sulla scarsa sensibilità al superamento del conflitto di interessi causato dal fenomeno dell’alto livello di assimilazione presente nell’Ato Costa, per la quale non sono disponibili, né localmente né su scala regionale, rilevazioni dirette idonee alla quantificazione dei distinti flussi domestici e non domestici [assimilati] e, in particolare, alla quantificazione dei soli flussi di origine domestica”. (p. 11)

D’altra parte, RetiAmbiente è nata sull’onda del pensiero politico che ha favorito le privatizzazioni dei servizi e le ristrutturazioni aziendali attraverso gli accorpamenti. Questi processi, auspicati in genere in nome di maggiore efficienza e garanzie dei lavoratori, si sono rivelati spesso devastanti sul piano dei servizi, delle tariffe e della tenuta occupazionale. Viene affermato che la tariffa è rigida e non ci sono margini per fare profitti ma è chiaro che si alzeranno le tariffe fino al margine massimo e poi si farà profitto con gli impianti, inceneritori ad esempio.

RetiAmbiente spa nacque insieme alla previsione di un inceneritore da 3-400.000 tonnellate all’anno (da fare a Livorno) ed alla previsione di tonnellate di rifiuti da smaltire completamente sballate per poterlo sostenere. Ad un anno dalla nascita di RetiAmbiente, nel dicembre 2012, ai Bagni Pancaldi ci fu proprio un convegno che affrontò questo nodo con l’intervento di Alessandro Carpinella di KPMG advisory spa, advisor economico finanziario, che ha disse tre cose importanti: 1. che la nuova società mista (a maggioranza privata) Reti Ambiente spa che dal 1 gennaio 2014 dovrebbe essere il gestore unico sarebbe uno dei colossi nazionali del settore; 2. che le attuali municipalizzate sono alla canna del gas, nel senso che senza un aiuto privato falliranno a breve; 3. il privato metterà i soldi solo se verrà fatto l’inceneritore (decriptato: solo se l’ATO Costa deciderà di fare l’inceneritore assicurando il privato di fornirgli i rifiuti necessari a farlo funzionare!). Il Pd era su questa linea basta ricordarsi cosa pensava il Pd di Pisa nel 2011. E il piano interprovinciale dei rifiuti lo ribadiva ma fu smascherato dal Comitato No Inceneritore di Livorno (cit. da Senza soste.it Livorno: è iniziata la guerra dei rifiuti, con due sentenze 8 marzo 2016)

3 L’indagine conoscitiva dell’Antitrust e le nostre proposte

3.1 L’indagine dell’Autorità Antirìtrust (Antitrust – Indagine conoscitiva sul mercato della gestione dei rifiuti solidi urbani Concorrenza e tutela dell’ambiente nel settore dei rifiuti AGCM, 10 feb2016), mette in evidenza il fatto che gli obiettivi di tutela della concorrenza favoriscono gli obiettivi ambientali e fornisce una serie di indicazioni, tra cui:

rivedere le modalità di affidamento della raccolta, privilegiando la gara laddove possibile, limitandone la

durata a un massimo di cinque anni e vincolando gli affidamenti inhouse a un benchmarking di efficienza;

ridefinire i bacini per la raccolta, in modo da differenziarli e ampliarli per le fasi a valle (trattamento meccanico-biologico e termovalorizzazione), con una gestione che disincentivi il conferimento in discarica, utilizzando meglio lo strumento dell’ecotassa per rendere economicamente più conveniente il ricorso ai TMB e ai TMV;

– poiché ATO responsabile anche del recupero energetico e dello smaltimento creare ATO più ampi (regionali) in modo da insistere su più impianti;

quindi utilizzo più efficiente degli impianti e chiusura più facile del ciclo dei rifiuti.

adeguamento delle dimensioni dei bacini di raccolta a quelle ottimali (80.000-90.000 ton/ 30.000 – 100.000 ab.),

quindi

accorpamento dei bacini troppo piccoli;

suddivisione in lotti dei bacini troppo grandi.

mantenere separata la responsabilità dell’affidamento delle diverse fasi per evitare conflitti di interesse:

  • evitare la gestione integrata delle raccolta e delle attività a valle;

  • eliminare la discrezionalità dei Comuni nella assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani

– applicare un modello di regolazione centralizzato, affidando le competenze per esempio, all’Autorità per l’energia. Il gas e il sistema idrico. A tutto questo, secondo le indicazioni dell’Antitrust,

si deve aggiungere poi una riforma del sistema consortile (Conai), al quale viene riconosciuto il merito di aver svolto finora un ruolo fondamentale nell’avvio a riciclo della differenziata, ma che dovrebbe adesso evolversi in un modello concorrenziale per garantire che i produttori di imballaggi rispettino il principio “chi inquina paga” i costi della gestione degli imballaggi siano a carico dei produttori;

3.2 Le nostre proposte

1) STUDIO SUI COSTI DI GESTIONE DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI IN ITALIA

(30/05/2015) dati del 2013, relativi a 1400 Comuni e 25.505.091 abitanti

oltre a confrontare comuni simili fra loro abbiamo provato a confrontare anche vari gestori e abbiamo notato che quelli che costano di più ai cittadini sono quelli che hanno un maggior numero di impianti, indipendentemente dal fatto che questi vengano utilizzati».

2) Depositata legge rifiuti 2.0 del M5S  4.02.15  PRIMA PROPOSTA ORGANICA SUI RIFIUTI/ M5S, (estratto dal sito della camera) VIGNAROLI, ZOLEZZI, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MANNINO, MICILLO, TERZONI

IL fallimento del modello di gestione mediante discariche e recupero energetico “speculativo” si sta traducendo nel repentino esaurimento delle discariche, in costi insostenibili dell’energia (a minimo indice di ritorno energetico) e in elevati costi sanitari.

La priorità sottesa ad una strategia efficace in tema rifiuti consiste nel ridurre i rifiuti a monte ma poco si è fatto su questo fronte. ridurre i rifiuti significa produrre meno e questa scelta coraggiosa, ma inevitabile per la sostenibilità, va contro le logiche di mercato e rischia di rimanere solo uno slogan se non si introducono obblighi e leve fiscali
La seconda priorità è il riciclo di tutto quel rifiuto che non riusciamo a non produrre. la percentuale di raccolta differenziata non è un parametro sufficiente. spesso il singolo comune può cambiare il calcolo di questa percentuale attraverso l’assimilazione,

Come noto, fanalino di coda delle indicazioni europee della gestione dei rifiuti sono il recupero energetico e lo smaltimento in discarica. Su quest’ultimo si è già detto tutto. L’Italia in molte regioni ha da sempre puntato all’interramento tal quale dei rifiuti indifferenziati. Un serio pretrattamento meccanico-biologico del’indifferenziato può limitare drasticamente gli effetti negativi di una discarica, sia in termini quantitativi che qualitativi.

Tralasciando gli allarmanti effetti negativi sulla salute e sull’ ambiente degli inceneritori (compresi quelli di ultima generazione che alzando le temperature in gioco producono sì meno diossina ma altri inquinanti sotto forma di nanoparticelle più piccole e di difficile gestione) vogliamo sottolineare il seguente aspetto: gli inceneritori hanno bisogno di grandi investimenti e per il rientro economico, incentivi o meno, hanno bisogno di un quantitativo minimo e costante di rifiuti da bruciare per decenni condizionando tutto il ciclo dei rifiuti ed hanno bisogno di rifiuti ad alto potere calorifico, spesso materiale riciclabile come la plastica.L’incentivazione a produrre energia dai rifiuti sottrae risorse quindi al recupero di materia (attualmente non incentivato) e alla riduzione del rifiuto.Recuperare materia significa risparmiare più energia di quanta se ne produca bruciandola. Non ci sono materiali nel rifiuto urbano che devono essere necessariamente avviati ad incenerimento; se non i rifiuti non sono recuperabili si deve tentare di produrli diversamente.
C’e’ una corsa al business di produzione di biogas attraverso impianti a digestione anaerobica con impianti sovradimensionati a discapito dei più economici e modulari impianti aerobici. Tale sovradimensionamento porterà a mettere in ingresso non solo organico differenziato ma anche indifferenziato e altri fanghi inquinati visto che l’obiettivo è la produzione di energia e non certo la produzione di compost di qualità. I fanghi in uscita sono comunque un rifiuto e potenzialmente inquinato di metalli pesanti.

Il recupero energetico mediante digestione anaerobica al momento sta assumendo, pertanto, caratteristiche di speculazione incontrollata, con l’utilizzo di additivi chimici per velocizzare i processi di produzione del biogas, con l’utilizzo di cloruri per preservare l’impiantistica dai danni da ammoniaca, che mescolandosi alla componente organica determinano l’emissione di diossine durante la combustione del biogas.

E’ stata necessaria una revisione pressoché integrale e organica del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nel tentativo di creare un codice ambientale del movimento 5 stelle. la proposta di legge “Rifiuti 2.0- modifiche alla parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152” per una virtuosa gestione dei prodotti e dei rifiuti originati da essi in un’ottica di sostenibilità ambientale e coesione sociale si colloca infatti in continuità con la proposta di revisione delle procedure di valutazione ambientale (VIA VAS e AIA), Atto Camera 2045, e parte anch’essa dalla necessità di adeguamento alle direttive e a principi comunitari più recenti, collocando la gestione dei rifiuti nel tessuto ambientale e sociale umano. vengono sviluppati in questa proposta i concetti di sostenibilità ambientale e di metodo dell’analisi del ciclo di vita (meglio conosciuto come life cycle assesment,  o con l’acronimo inglese LCA) già introdotti nell’AC 2045.

Attualmente  il criterio della “sostenibilità economica” della gestione dei rifiuti finisce col diventare un pretesto per non mettere in pratica tutte le possibili soluzioni di prevenzione e gestione ottimale: noi intendiamo introdurre una effettiva responsabilità estesa del produttore, introducendo, da subito, il principio della responsabilità condivisa fra tutti gli attori della filiera produttiva causa di un rifiuto.

In tale proposta di legge vengono istituiti i centri di ricerca e riprogettazione, che si dovranno occupare di studiare i prodotti e i processi industriali causa dei rifiuti ed eliminare gli errori che ne hanno causato la produzione.

Si dispone la separazione della raccolta dallo smaltimento, in quanto attualmente moltissime partecipate si occupano sia della raccolta che di smaltimento dei rifiuti, e tale circostanza pone queste ultime in uno stato di conflitto d’interesse, perché gestendo ad esempio, una discarica da utilizzare (e incamerando risorse da questo) tali aziende non hanno nessun interesse a spingere per la raccolta differenziata. allo stesso modo, e per lo stesso motivo, e’ necessario separare tutte le operazioni finalizzate alla prevenzione dei rifiuti da quelle legate alla gestione di essi, come indicato anche dalle linee guida europee. La presente proposta di legge, istituisce, altresì,  i centri di riparazione e riuso, dove i materiali in entrata non sono classificati come rifiuti.

La nostra proposta prevede obiettivi di prevenzione così come di riduzione della produzione dei rifiuti e contiene un aggiornamento degli obiettivi di raccolta differenziata.
Il vigente articolo 205 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 prevede obiettivi di RD fino al 2012, ma non ne ha fissati oltre questa data. Riteniamo opportuno inserire nel decreto in oggetto questi ulteriori e più ambiziosi obiettivi, almeno fino al 2025.

La proposta di legge in oggetto ha l’obiettivo di migliorare la terminologia e aggiornare le definizioni, attualmente nel Decreto legislativo 152/2006 sono presenti termini aleatori, come “condizioni ragionevoli”, “congruo termine” ed altre. Noi intendiamo sostituirli con dei termini oggettivi che non lascino spazio a interpretazioni.
Vogliamo anche aggiornare le definizioni contenute nelle “definizioni” di cui all’art.183 del citato dlgs 152/2006,  introducendo nuovi termini quali “riparazione”, “riprogettazione”, “residuo”, “catena (o filiera) produttiva”, “tariffa puntuale”, “obsolescenza programmata o pianificata”, “sottoriciclaggio”, “decostruzione o disassemblaggio”, “analisi del ciclo di vita” e “responsabilità estesa del produttore”.

Proposta regionale: Indirizzi volti alla modifica del Piano regionale e delle normative regionali sui rfiuti l fine di realizzare il Programma di azione per l’ambiente dell’Unione Europea -”Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta”- e raggiungere gli obiettivi prefissati dalla Direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, recepita dal decreto legislativo 205/2010-Strategia “Rifiuti Zero”

 

Conclusioni

Le nostre proposte sono sostenibili, innovative, in linea con le direttive europee e le buone pratiche internazionali.

In Parlamento presentate, talvolta, atti lungimiranti ma sorprende poi vedere come poi li traduciate in cattive pratiche sui territori (riferimento a Senato – RISOLUZIONE DELLA 13ª COMMISSIONE PERMANENTE(Territorio, ambiente, beni ambientali) (Estensore PUPPATO)approvata nella seduta del 19 novembre 2014 SULLA COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO, AL COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO E AL COMITATO DELLE REGIONI – VERSO UN’ECONOMIA CIRCOLARE: PROGRAMMA PER UN’EUROPA A ZERO RIFIUTI (COM (2014) 398 DEFINITIVO) (ATTO COMUNITARIO n. 44)20 novembre 2014. “La comunicazione della Commissione e` un documento di valenza storica e rappresenta un vero cambio di passo nelle politiche ambientali ed economiche dell’Unione europea”).

Con riferimento alla sentenza del TAR,  distribuita trionfalmente dal Sindaco, che sancisce la legittimità dell’ATO, dico che c’è la necessità che  la politica si riappropri dei suoi spazi e delle sue funzioni senza delegarli al diritto e ai tribunali, perché quello che è legittimo non è detto che sia opportuno e le valutazioni di opportunità vanno fatte con argomentazioni scientifiche, in trasparenza e alla luce del bene pubblico.

Non si può prescindere dalle istanze di un comune che ha la quota maggiore nell’ATO, corrispondente all’11%, pretendendo di commissariare i suoi impianti e proseguire per partito preso con un percorso che di fatto privatizza e si ispira a principi vecchi ancora prima di nascere.

C’è necessità di porre dei correttivi al percorso messo in atto che, in nome della salute, della razionalità economica, del superamento dei conflitti di interesse facciano prevalere l’interesse dei cittadini sui calcoli politici di parte, sugli interessi dei privati, delle lobby finanziarie, delle grandi aziende di servizi

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