Dibattito sulla Sicurezza urbana: l’intervento nel Consiglio del 2 marzo di Elisabetta Zuccaro

La lunga attesa per l’iscrizione all’ordine del giorno di questo argomento denota il fatto che non si voglia parlare di sicurezza. C’è il timore, da sinistra, di strumentalizzazioni populiste che inneschino derive securitarie attraverso facili slogan e semplificazioni che invocano maggiori misure repressive.

Ma c’è anche una strumentalizzazione al contrario da parte di chi governa, che fornisce una risposta politica propagandistica, sventolando il tema della insicurezza percepita, negando o minimizzando i fenomeni e ricorrendo a misure ad effetto mediatico come i militari nelle strade e il daspo urbano previsto dal recente decreto Minniti.

Il nostro giudizio politico su questa amministrazione è di un oggettivo fallimento nella gestione della sicurezza negli ultimi 20 anni che ha risposto con l’inerzia nella visione di insieme, affiancata dal rincorso a misure propagandistiche e a macchia di leopardo messe in campo sul piano repressivo che non hanno contenuto un progressivo degrado della città, il crescere e radicarsi di fenomeni criminali che hanno prodotto una dimensione rilevante di economia illegale, creando danni sociali, si pensi al mercato degli alcoolici, delle droghe e della prostituzione, e spiazzando talora le attività legali legate al commercio.

Ma sarebbe solo una facile semplificazione far seguire a un giudizio politico decisamente negativo l’auspicio di una soluzione securitaria legata tout court all’introduzione di misure unicamente repressive e restrittive dei diritti.

Le soluzioni devono seguire all’analisi e alla conoscenza. Quindi è positivo che si parli di sicurezza, che si acquisiscano le valutazioni dei cittadini e che si educhi al tema della sicurezza in modo serio, aprendo una riflessione a 360° sul significato di sicurezza, sui fenomeni di criminalità e degrado che caratterizzano la città, sulla pianificazione dell’intervento pubblico per obiettivi e competenze distinte.

In questi anni siamo stato travolti dal fenomeno della globalizzazione, dalla crisi economica, dal fenomeno delle migrazioni che non sono stati adeguatamente gestiti e sui quali la criminalità ha trovato terreno fertile. Ma non siamo stati neppure in grado di gestire fenomeni sociali locali, come la domanda di intrattenimento notturno, la diffusione del consumo e del traffico di alcoolici e stupefacenti.

C’è bisogno di conoscere i fenomeni in modo approfondito, con serie storiche, politiche messe in campo, filosofie sottostanti, rendicontazione dell’efficacia degli interventi al fine di capire dove gli obiettivi sono stati raggiunti e dove sia necessario correggere il tiro, senza strumentalizzazioni.

E’ necessario capire che non deve essere un tabù parlare di sicurezza, perché, pur trattandosi di tema delicato, significa ragionare sulla qualità della vita dei cittadini, di cui la sicurezza rappresenta un indicatore. Inoltre, nelle città gli effetti legati all’insicurezza percepita, alla paura della criminalità e ai cambiamenti delle dinamiche criminali si manifestano con maggiore visibilità, dovendo essere di per sé oggetto di analisi e di indirizzo politico.

Noi, come M5S, abbiamo provato a mettere in campo una sperimentazione a costo zero e per un periodo limitato di tempo, con il progetto PARTECIPOPISASICURA, andando nelle piazze e aprendo un dibattito informato, con la finalità non solo di raccogliere e condividere informazioni su una piattaforma web georeferenziata, ma anche di veicolare nei confronti dei cittadini un messaggio sulla nostra visione del concetto di sicurezza urbana.

E’ stata una importantissima esperienza di dialogo con i cittadini che abbiamo portato fisicamente in tutti i quartieri, con banchetti di ascolto e di messa a fuoco delle criticità dei quartieri stessi a complemento delle funzionalità della piattaforma web.

La filosofia a cui ci siamo ispirati è quella legata agli studi dell’antropologa canadese Jane Jacobs, per cui “l’ordine pubblico nelle strade e sui marciapiedi della città non è mantenuto principalmente dalla polizia, per quanto questa possa essere necessaria: esso è mantenuto soprattutto da una complessa e quasi inconscia rete di controlli spontanei e di norme accettate e fatte osservare dagli abitanti stessi.“ (J.Jacobs)
In questa visione assumono importanza due concetti chiave: 1) L’occhio sulla strada (la presenza di attività, di movimento, di edifici con accesso dalla strada, di finestre che “guardano” sulla strada) è il principale elemento di sicurezza; 2) La sicurezza urbana dipende dalla identificazione con il territorio, in quanto una persona protegge e rispetta un luogo che sente come proprio.

A partire da questi studi degli anni 60 la letteratura si è sviluppata concentrando il tema della sicurezza urbana sulla prevenzione e sulla pianificazione/progettazione degli spazi fisici, con sperimentazioni significative a livello internazionale e nazionale e interessanti applicazioni in Piemonte ed Emilia Romagna.

A livello europeo per studiare il tema della prevenzione del crimine negli edifici e negli spazi pubblici è stato istituito uno specifico comitato internazionale, che ha prodotto Standard e Rapporti tecnici come il “Technical Report TC 14383-2 2007” elaborato dal gruppo di lavoro su “Prevention of Crime by Urban Planning” e adottato dal Comitato Europeo di Standardizzazione (CEN) sulla Prevenzione della criminalità attraverso la progettazione urbana.

Quello che emerge è l’importanza di tenere conto di realtà, spazi fisici e funzioni urbane nei processi di riqualificazione e di realizzazione di nuovi spazi urbani, ottimizzandone l’accessibilità e la vitalità.

In questa prospettiva, inoltre, qualsiasi proposta per un nuovo intervento o per la riqualificazione di un quartiere, deve tenere conto delle reti di relazioni sociali esistenti, generate da scuole, associazioni, attività sportive e luoghi di incontro informali (bar, negozi, piazzette, parchi giochi, ecc.). La progettazione deve incoraggiare la socializzazione locale, elemento essenziale per suscitare controllo spontaneo nel vicinato, facilitando o favorendo l’integrazione di nuovi gruppi al fine di prevenire possibili fonti di conflitto.

In questa chiave, quindi, l’urbanistica dovrebbe rispondere alle necessità individuate e alle richieste espresse dalla popolazione locale. Per questo è opportuno istituire processi decisionali che coinvolgano residenti e utenti. Le persone infatti rispettano e tendono a proteggere gli spazi cui sentono di appartenere.

Molti di questi concetti meriterebbero di essere sperimentati nella nostra città da un pianificatore attento che sia consapevole del ruolo della prevenzione nella sicurezza.

Infatti quando affrontiamo il tema della sicurezza urbana dobbiamo vederlo come la somma di una componente repressiva e di una preventiva.

Cioè dobbiamo avere la capacità di contemperare interessi contrapposti che vedono da un lato interventi restrittivi o invasivi delle libertà personali, quali i controlli, la sorveglianza (anche video), le varie misure e sanzioni e dall’altro interventi che incidono sulle condizioni in cui maturano i fenomeni criminali, con politiche attive finalizzate a prevenirne le dinamiche. Gli uni non escludono gli altri ma la linea di confine va posta sulla base di analisi aperte in cui vengano pesati in modo responsabile e trasparente gli interessi in campo. Questo è un ambito importante di dibattito politico.

Sul piano della repressione la competenza è dello Stato centrale e nessun politico può insegnare alle forze dell’ordine come attuare l’azione di polizia sul territorio. Non spetta all’Ente locale inseguire obiettivi di sicurezza sul terreno delle forze dell’ordine. Spetta piuttosto all’Ente tutelare la comunità nelle carenze così come negli eccessi dell’intervento dello Stato centrale contribuendo all’analisi sui fenomeni, sulle risorse e sull’efficacia dell’intervento con il supporto di dati trasparenti riguardo ad azioni e risultati e condividere gli aspetti collaborativi e di coordinamento.

La prefettura e la questura devono fare la loro parte salvaguardando accanto all’attività repressiva una attività preventiva di intelligence sugli aspetti meno visibili al cittadino, legati ai traffici più rilevanti di sostanze, di esseri umani, agli aspetti fiscali che inquinano la salute sociale ed economica del territorio.

Mentre l’amministrazione locale è il principale attore della pianificazione urbana e può incidere sulle condizioni economiche e sui problemi sociali, sul modo in cui le persone si identificano nell’ambiente in cui vivono e il modo in cui gli spazi urbani sono curati e gestiti. L’Ente locale può, infatti, agire su leve come il contrasto allo svantaggio sociale, l’educazione scolastica, la cultura, l’integrazione.

In questo quadro, sulla base dell’esperienza nazionale maggiormente ispirata ai principi sopra enunciati, il ruolo della polizia municipale deve essere di cerniera con la comunità nell’obiettivo di consolidare un vincolo di collaborazione. La polizia locale è vista, in questa prospettiva, come polizia di prossimità e la comunità partecipa alla prevenzione della criminalità sostenendo l’operato delle forze dell’ordine in una progressiva condivisione e scambio degli obiettivi a partire dal riconoscimento delle reti sociali esistenti e del loro capitale sociale in funzione preventiva. Da questo punto di vista, la partecipazione cittadina tende a consolidare il processo di decentramento, che conferisce ai governi locali un ruolo sempre più attivo nell’elaborazione ed applicazione di politiche e strategie urbane di sicurezza in un contesto che insiste maggiormente sul lato della prevenzione e in cui la comunità prende parte attiva alla produzione della sicurezza partecipata, allontanando pericolose derive private che danno sfogo alle paure e agli stereotipi.
A Pisa la riflessione sul ruolo della polizia municipale deve essere ancora messo a fuoco nella sua completezza anche attraverso un regolamento che ne determini funzioni e regole d’ingaggio certe.

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